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chaka! dov'eri ieri sera?!?! eh????
di lele.
lele puzza
di chk
uhauauhuha sei finito in copertina?
di lele.
oddioooo ma sono ioooooooooooo
di Anonimo
28/05/2009 @ 11.48.30
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Ci sono 4 persone collegate
I treni all'alba fanno musica strumentale e lo fanno col cuore, distanti da clichè ed etichette, riuscendo a proporre un interessante incontro fra pop, folk, ritmi latini, tanghi della gelosia, improvvisazioni notturne, echi pseudo-prog e un artwork da togliere il fiato con dei disegni veramente magnifici ad accompagnare i loro "deliri" strumentali.
Niente titoli, è solo la musica a parlare tra sax che ti colgono di sorpresa (4:37) durante un tango notturno, ritmi samba (5:07) fusi col folk, solo all'inizio di 4:29 compare una voce "orwelliana" presa però da Essi Vivono di Carpenter prima di lasciare spazio a una cupa cavalcata sorretta dal flauto. 5:21 è forse l'anello debole, leggermente confusa e con troppa carne al fuoco tra divagazioni simil-prog, ritmi malinconici e spensierata tromba anni 80 un po' superflua. 6:05 è un bel delirio in cui all'ottima padronanza strumentale si aggiungono delle soluzioni mai banali.
E' un lavoro certamente non facile da assimilare e arrivare alla fine; non è una passeggiata di salute ma assorbita questa sbronza di influenze varie rimane un viaggio notturno che vale la pena di fare per ritrovarsi lì, nel bar di una stazione, spettatori e attori come dicono I treni all'alba.
Luca Regolin @ Kathodik
“Ma hanno scritto qualche colonna sonora?” mi chiede immediatamente P. appena metto “Folk Destroyers” nell’autoradio della sua auto. (specifichiamo che è sua và… )
Effettivamente quali note meglio si sposerebbero con una pellicola se non quelle dei Treni All’alba?
Totale assenza di parole e di titoli nel loro cd D’esordio, se di esordio si può parlare dopo 6 anni di live, sonorizzazioni e spettacoli teatrali.
Pure basi strumentali ispirati ai caldi suoni delle nostre terre mediterranee, alla tarantella, alla musica balcanica al rock e al progressivo.
Tra pizzichi di chitarra e tastiere, batteria e fiati, i Treni ci conducono in un viaggio nel quale, ogni stazione, è un incontro di generi e melodia.
Assolutamente piacevoli, anche per gli amanti del canto nella sua classica versione.
Musica totalmente indipendente, nel quale la parola per entravi dovrebbe farlo in punta di piedi.
Divertente notare come chi suona la chitarra acustica suona anche la classica, chi il pianoforte anche il synth: la scelta degli strumenti è una simpatica contrapposizione per nulla sforzata.
Ale @ Grigio Torino
I Bava nascono dalle ceneri dei Lessthanzero e Sukren Pudre, gruppi militanti dell'HC milanese. Questo CD è stato registrato tra il 2005 e il 2007 e, visto che sono sia i gruppi che le etichette punk sono per natura squattrinati, per produrlo c'è stato bisogno di una cordata di ben cinque etichette. Ma ne è valsa la pena. Andava data voce ai Bava. Questo è punk core ma non fatevi venire in mente gruppi come Screeching Weasel o Ramones. I Bava sono figli incazzati dei CCCP, dei Fugazi o dei Flux Of Pink Indians. I ritmi sono più lenti, i suoni e i riff stratificati e, soprattutto, i testi hanno qualcosa da dire a livello di alienazione urbana e non. L'influenza dei CCCP si nota sopratutto nella voce, anche se Mu, il cantante, è meno lirico e più tribale, mentre i ritmi sincopati, fragili, ma allo stesso tempo martoriati, sono influenzati dai Breach e dagli Helmet più anfetaminici. Scordatevi produzioni pulite, qui è tutto sporco, basso batteria e voce vengono registrati senza troppa cura per abbellimenti e orpelli. Ci sono 14 brani perfetti. Incredibile come pur essendo così ostici riescano sempre a trovare la forumla giusta per ciascuna canzone. Segnalo le mie preferite: "Drug Is For Users", "Il Ballo Dei Ributtanti" e "Bandiere". Disco superiore.
Dante Natale @ Nerds Attack
Piuttosto interessante questo nuovo prodotto (termine volutamente usato in senso provocatorio) dei Bava, distribuito da Dizlexiqa Rec. I quattro milanesi suonano una sorta di hardcore punk a tempi ridotti, senza eccedere nell'aggressività e puntando piuttosto sulla potenza delle liriche palesemente anarchiche. Il sottofondo musicale è più una sorta d'incrocio tra primi Fugazi e MC5, quella sorta di indie punk che rischia di essere molto più interessante del solito. Pezzi come Sulla Necessità Del Lusso puntano più sul parlato e su ritmi spezzati, altri come Radiografia di una Battaglia e Bandiere invece sono più dirette allo stomaco e aggressive. La produzione non è affatto spiacevole, non sporca eccessivamente il suono ma lo rende abbastanza soffocato da suonare davvero indie; peccato che proprio per il tipo di punk suonato dai Bava, in certi momenti ci sia bisogno di un audio più cristallino rispetto a quanto offerto. "L'ostile di vita" offre in gran parte pezzi piuttosto riusciti e se la cava bene anche nei pezzi più lunghi, mentre qualcuno di quelli più corti a volte sembra stato oggetto di meno cura rispetto al resto (tipo Non Pisciare Sull'Asse). Mi sembra giusto sottolineare la valenza dei testi (personalmente son rimasto favorevolmente impresso dal trittico finale) molto meno banali e prevedibili rispettp a quanto sentiamo di solito, con un uso dell'italiano non ovvio e senza inutile impiego di 'cazzi' vari. Una proposta molto interessante di cui c'era proprio bisogno in un panorama ormai saturo; un album maturo e con tutti i crismi per farsi ascoltare e per far pensare.
Damiano Gerli @ Kathodic
Bell’affare davvero questo disco dei Bava. Ci ho messo qualche secondo a entrare nella dimensione della band milanese, e di solito quando è così – voglio dire, quando non mi trovo di fronte a un ascolto a presa rapida – o sto ascoltando musica che a breve giro mi sembrerà superiore alla media, o sto ascoltando un gruppo eccessivamente pretenzioso. Direi che in questo caso c’è da propendere decisamente per la prima soluzione. A metà del primo pezzo mi viene in mente il Panico, e direi che in effetti c’è affinità non solo a livello di soluzioni musicali, ma anche nella scelta di metafore che riportano a una precisa posizione ideologica. Va precisato subito, però, che i nostri Bava stemperano il tutto con testi molto meno espliciti e con un uso abbastanza costante del registro ironico/sarcastico, del tutto assente nella maniera della grandissima band della Mole.
14 pezzi 14, tra cui una “Blasfemeide” divisa in due parti, per un disco dove non troverete batteria tirata e voce urlata, come da campionario, ma avrete invece, nell’ordine: pesanti grooves di basso, ritmi di batteria schizofrenici e mai veloci (al massimo sostenuti), riff di chitarra ricercati e pochissima ritmica. Il tutto circoscrivibile e circoscritto sempre e comunque nell’ambito punk, diversamente da molti crossover che sembrano andare per la maggiore ultimamente. L’ostile di vita, in definitiva, è un prodotto complesso e interessante, molto vicino all’inclassificabilità e sicuramente non adatto a tutti i palati: fermo restando che un minimo di originalità, o quantomeno uno stile riconoscibile, è esattamente quello che ci si auspica dalle nuove autoproduzioni e piccole produzioni italiche. O almeno io me lo auspico, e per questo vi dico: pollice in alto.
Simone @ Lamette.it
Spiace davvero arrivare in ritardo all’appuntamento con Fioca?, secondo lavoro degli Isobel, soprattutto perché è proprio di questi giorni la notizia dello scioglimento della band.
Un vero peccato se si considera come in soli cinque brani gli Isobel siano riusciti a condensare un intero micro-cosmo di emozioni in note. Dentro Fioca? troverete molto post, non solo come categoria musicale nelle sue varianti rock e core, ma soprattutto come peculiare stato mentale in continua tensione e mai uguale a sé stesso. È lavoro dalle strutture minimali eppure ricco di sfumature, lievi abbellimenti che si intrecciano per dare forza e pathos ai brani, il tutto senza la supponenza tipica del giro che conta, l’arroganza di chi pretende di essere “in”. C’è piuttosto molta cura nel disegnare i passaggi, quasi si temesse di esagerare nell’uso dei colori o in quello degli accenti, una timidezza nell’approccio che rafforza anziché mitigare, imprime nella mente piuttosto che nascondere. Su tutto si adagia la voce di Antonella, sempre puntuale nel dare il giusto ritmo ad un lavoro che convince nel suo miscelare l’impatto dell’hardcore più emotivo, le traiettorie trasversali del noise e una patina di leggerezza pop a smussarne gli angoli, perfetto crocevia tra generi e modi di essere. Andatelo a recuperare se vi è sfuggito, tra tanta musica evitabile Fioca? è un disco che non merita di passare inosservato.
Audiodrome (Michele Giorgi)
Elegante progetto maturato negli ultimi sei anni tra elementi del circuito alternativo valdostano e torinese:i Treni All'Alba sinuosi e delicati si inseriscono in quella nicchia musicale (palese ossimoro, considerato l'enorme spettro d'influenze) che Ronin e, per assonanza di ragionamenti, Calexico meditarono già tempo orsono. Folk quindi, ma nella costruzione non nella distruzione.
A mio giudizio infatti il flusso di pensieri scorre pienamente, nel senso che influenze e ispirazioni si sciolgono completamente in una calda cera che coinvolge, incanta, evoca sagre paesane quanto colonne sonore di Ortolani ed è davvero difficile restarne indifferenti. Musica da matrimoni, da funerali, musica per far ballare il proprio partner e per riappropriarsi completamente di quella tradizione popolare che non ha confini geografici disegnati sulla carta, ma è comunque pregna di un'immaginario tipicamente europeo. Una colonna sonora molto emozionante. Per chi ancora porta a ballare la propria ragazza, per chi beve vino nei bicchierini di plastica e per chi fa la fila alla Fiera del bue grasso.
Sodapop (Marco Giorcelli)
Benedetta sia la teoria della Coda Lunga di Chris Anderson, ricavata per via induttiva anche dall'esistenza stessa di una band(a) come I Treni All'Alba, dei quali già demmo conto in un Mogli e Buoi ormai ingiallito: il quartetto piemontese si colloca in una nicchia privata per amanti del folk strumentale proveniente da tutte le parti del mondo e assemblato in corpo unico con originalità e personalità, costruito nell'alternanza tra segmenti concitati e inversioni di registro. Tarantelle coi Manàcuma, mariachi messicani, rapide tirate jazz-rock e/o progressive: una sostanza fisica, energetica, dinamica, vitale, la cui appendice live si annuncia esplosiva. Siamo dalle parti del vecchio Gatto Ciliegia o dei Friends Of Dean Martinez a velocità doppia, ma c'è meno cinema e più piazza, grazie anche all'apporto di numerose collaborazioni (soprattutto ai fiati), alcune delle quali di estrazione orchestrale. "Bisognerebbe sempre sentirsi come si partisse il giorno dopo", citano Benni nel booklet: buon viaggio, senza meta. Per poi ricominciare. (7/8)
BlowUp Magazine (Enrico Veronese)
Folk Destroyers racchiude mezz'ora abbondante di musica prevalentemente strumentale ed acustica; scordatevi di infilare il cd nel lettore cercando atmosfere oniriche e intime adatte ad un momento di relax perchè il quartetto aostano-piemontese non risparmia tasti e corde nel dar vita a questo post rock dalle sfumature prog e folk. Sbilanciato sui forti piuttosto che giocato sulle variazioni di intensità, il percorso sonoro sembra scaturire da un'improvvisazione che lascia poco respiro alla voce dei singoli strumenti: nove tracce senza un titolo, in cui chitarre, tastiere, synth, bassi, fiati e percussioni dicono la loro indomabili e incalzanti.
C'è genio compositivo ed originalità, ma qualcosa a tratti non funziona: è come se tutto sfuggisse loro di mano, come se ci fosse troppo suono per essere recepito e così i momenti più riusciti diventano la seconda parte della traccia 4° e la prima della 5°, quando gli strumenti non si saltano addosso ma si lasciano leggere; forse è solo una questione di misura che, sono sicura, col tempo riusciranno a trovare, per ottenere comunque lo stesso effetto senza mettere in campo una forza che può risultare eccessiva.
Una nota: un suggerimento per la lettura dei brani ci viene dal booklet dove le tavole di Domenico Sorrenti illustrano un mondo in bianco e nero dai tratti forti e sicuri nel quale i protagonisti sono un uomo e la sua solitudine.
RockIt (Elisa Orlandotti)
I Treni All’Alba, un luogo e un tempo, ovvero una stazione avvolta nell’irreale silenzio che avvolge la nascita di un nuovo giorno, nome del gruppo ma anche manifesto programmatico dell’entità che vede coinvolti musicisti provenienti da formazioni come Encore Fou, BelliCosi, Rudimenti, Le Consuetudini e Sparkle.
La scelta è quella di abbandonare le consuete dinamiche espressive per rivolgersi ad una forma prettamente strumentale e intrisa di folklore nella sua accezione più ampia. Eccoci, dunque, al cospetto di un piatto decisamente ricco nonché eterogeneo, in cui si rincorrono tradizione mediterranea e suoni balcanici, ma anche elementi propri di luoghi e tempi distanti. Ad accompagnare il nucleo originale della formazione, ci sono di volta in volta musicisti differenti presi in prestito da Disco Drive, Crunch, Dead Elephant, Fratelli Di Soledad, Kina/Frontiera, Manàcuma, solo per citare alcune realtà che hanno dato il proprio contributo alla realizzazione dell’album. In realtà, prima di approdare alla pubblicazione di Folk Destroyers, il progetto si è fatto conoscere grazie ad una intensa attività live e alla partecipazione a spettacoli teatrali, cortometraggi, installazioni e ad altre esperienze di contaminazione tra differenti forme espressive. Impossibile parlare del disco in questione senza aver fornito dei punti di riferimento, in quanto le tracce presenti risentono profondamente dell’ attitudine interdisciplinare che da sempre caratterizza I Treni All’Alba. Folk Destroyers è un viaggio attraverso le disparate facce del folklore, fuse insieme per dar vita a piccole suite caratterizzate da una vitalità e da un’energia dirompenti, a tratti vicine per sensibilità e metodologia a certe deviazioni della scena prog anni Settanta, ovverosia alla parte meno stereotipata e più libera della stessa. La ricchezza degli elementi messi in gioco e l’ampio spettro musicale coperto nel corso degli episodi, segna al contempo il punto di forza e la debolezza del lavoro, laddove a tratti il tessuto sonoro si fa troppo ricco e rischia di stordire l’ascoltatore. Dove, al contrario, la scrittura si fa meno carica e le linee melodiche si fanno più definite, le composizioni riversano sull’ascoltatore tutta la propria forza evocativa e la fruizione presenta i contorni di un vero viaggio per immagini. Folk Destroyers è un lavoro coraggioso e fuori dagli schemi, per non dire unico nel suo approccio compositivo, così da rappresentare un ascolto obbligato per chiunque desideri ampliare il proprio bagaglio culturale in campo musicale.
Audiodrome (Michele Giorgi)
La scelta è quella di abbandonare le consuete dinamiche espressive per rivolgersi ad una forma prettamente strumentale e intrisa di folklore nella sua accezione più ampia. Eccoci, dunque, al cospetto di un piatto decisamente ricco nonché eterogeneo, in cui si rincorrono tradizione mediterranea e suoni balcanici, ma anche elementi propri di luoghi e tempi distanti. Ad accompagnare il nucleo originale della formazione, ci sono di volta in volta musicisti differenti presi in prestito da Disco Drive, Crunch, Dead Elephant, Fratelli Di Soledad, Kina/Frontiera, Manàcuma, solo per citare alcune realtà che hanno dato il proprio contributo alla realizzazione dell’album. In realtà, prima di approdare alla pubblicazione di Folk Destroyers, il progetto si è fatto conoscere grazie ad una intensa attività live e alla partecipazione a spettacoli teatrali, cortometraggi, installazioni e ad altre esperienze di contaminazione tra differenti forme espressive. Impossibile parlare del disco in questione senza aver fornito dei punti di riferimento, in quanto le tracce presenti risentono profondamente dell’ attitudine interdisciplinare che da sempre caratterizza I Treni All’Alba. Folk Destroyers è un viaggio attraverso le disparate facce del folklore, fuse insieme per dar vita a piccole suite caratterizzate da una vitalità e da un’energia dirompenti, a tratti vicine per sensibilità e metodologia a certe deviazioni della scena prog anni Settanta, ovverosia alla parte meno stereotipata e più libera della stessa. La ricchezza degli elementi messi in gioco e l’ampio spettro musicale coperto nel corso degli episodi, segna al contempo il punto di forza e la debolezza del lavoro, laddove a tratti il tessuto sonoro si fa troppo ricco e rischia di stordire l’ascoltatore. Dove, al contrario, la scrittura si fa meno carica e le linee melodiche si fanno più definite, le composizioni riversano sull’ascoltatore tutta la propria forza evocativa e la fruizione presenta i contorni di un vero viaggio per immagini. Folk Destroyers è un lavoro coraggioso e fuori dagli schemi, per non dire unico nel suo approccio compositivo, così da rappresentare un ascolto obbligato per chiunque desideri ampliare il proprio bagaglio culturale in campo musicale.




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